domenica 29 agosto 2010

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - Deja Vu...

Uhm...

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - L'architetto che rifece l'Italia a Venezia la sfida di Nervi

A Palazzo Giustinian Lolin una grande mostra celebra, il designer della "rinascita" del Paese e delle Olimpiadi di Roma 60. Tra icone "nerviane", progetti inediti, sfide e aneddoti, ce ne parla il nipote Marco Nervi
di LAURA LARCAN

L'architetto che rifece l'Italia a Venezia la sfida di Nervi

VENEZIA - E' stato l'architetto della "rinascita" dell'Italia sulle ceneri della seconda guerra mondiale. Uno dei protagonisti degli anni ruggenti che hanno scritto il capitolo del boom economico, di quei favolosi anni Sessanta che hanno cambiato lo spirito e le ambizioni di generazioni. Pier Luigi Nervi (1891-1979), visionario ma illuminato, sognatore ma pratico e socialmente impegnato, tant'è che, come ricorda oggi il nipote Marco Nervi, ripeteva spesso con orgoglio che il motivo principale per il quale i suoi progetti vincevano le gare d'appalto era perché economicamente più vantaggiosi degli altri. A cinquant'anni dalle Olimpiadi di Roma (che lo videro "firma" di punta per gli impianti sportivi) e nell'ambito dell'imminente dodicesima Biennale di Architettura "People meet in Architecture", lo celebra una grande mostra, "Pier Luigi Nervi - Architettura come Sfida", dal 28 agosto al 14 novembre a Palazzo Giustinian Lolin sotto la cura di Carlo Olmo, organizzata dall'Associazione Pier Luigi Nervi Research and Knowledge Management Project presieduta da Marco Nervi con l'obiettivo di riportare la figura e l'opera di Pier Luigi Nervi al centro della riflessione sulla cultura del Novecento, non solo italiano. Partner d'eccellenza, il Centre International pour la Ville, l'Architecture et le Paysage di Bruxelles (Civa), dove la rassegna ha debuttato a giugno, e il Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, dove approderà a dicembre prossimo. Ne abbiamo parlato con Marco Nervi.

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Partiamo dal titolo della mostra "Architettura come sfida". Che cos'era la "sfida" per Pier Luigi Nervi?
"La 'sfida' va intesa chiaramente come sfida verso se stesso e le proprie capacità creative, nel progettare e realizzare opere sempre più complesse, tecnicamente e strutturalmente, spesso con tempi molto ridotti a disposizione. Tali condizioni lo ponevano di fronte a delle 'sfide' tecniche ma anche costruttive ed organizzative difficilissime. A tali 'limiti' vanno chiaramente anche aggiunte le 'sfide' intellettuali legate all'uso e funzionalità dei singoli progetti, penso in particolare all'Aula delle Udienze in Vaticano per la quale era necessario realizzare 'una opera non meschina o banale ma cosciente della sua privilegiata collocazione e della sua ideale destinazione' (discorso pronunciato da Papa Paolo VI il 30 Giugno 1971, giorno d'inaugurazione dell'Aula). Pensiamo anche alla 'sfida' economica rappresentata dalle esigenze della società civile italiana ed europea negli anni del dopoguerra, quando le esigue risorse disponibili richiedevano rigore e organizzazione progettuale".

Sfida, quindi, nel senso più sociale e democratico del termine...
"Mio nonno aveva un'altissima concezione del ruolo del costruttore, e del ruolo che questa figura può svolgere in seno alla società. Per lui massima era l'importanza della sua funzione al servizio della collettività, concezione dalla quale credo derivasse la sua grande integrità morale ed intellettuale. Credo quindi che la sfida su ogni progetto per Pier Luigi Nervi fosse sempre rappresentata dall'ottenere massima solidità, funzionalità, economia, rapidità di esecuzione, criteri tutti che indissolubilmente facevano parte del suo linguaggio progettuale. Ma la sfida maggiore rimaneva sempre e comunque il coniugare tutti questi parametri in una forma architettonica purissima, dove linguaggio estetico e struttura si fondevano in un unicum armonioso".

Ci può raccontare dal suo punto vista l'uomo e l'architetto Nervi, ci svela la sua personalità, la sua indole, il suo temperamento. Che cosa lo emozionava e che cosa lo inquietava?
"Lo inquietava la mediocrità e la mancanza di rigore intellettuale e morale. Era un uomo a volte anche molto duro, ma lo era in primo luogo con se stesso. Sapeva però essere generosissimo quando riconosceva negli altri un vero impegno ed una vera passione per il proprio lavoro. Ne è prova l'impegno che dedicava ai propri studenti presso la Facoltà di Architettura della Sapienza, oppure lo specialissimo rapporto con gli operai della sua impresa, con i quali spesso si intratteneva in lunghissimi confronti sulle soluzioni da adottare nei diversi cantieri. Schivo e ripiegato sugli affetti famigliari, soprattutto in un rapporto quasi esclusivo con la moglie, aveva però sviluppato una socialità molto complessa attorno alla propria professione, intrattenendo rapporti con le maggiori personalità del mondo dell'architettura, della cultura e della politica internazionali".

Qual era il sogno più grande di Pier Luigi Nervi? L'ha realizzato?
"Per me è difficile rispondere, ma credo che fosse il vivere come ha poi effettivamente vissuto, inseguendo quella che una volta ha definito la sua 'astratta passione progettistica'. A questa passione ha sacrificato molto, in maniera del tutto consapevole, coinvolgendo in questo anche la sua famiglia, ma penso - proprio per la sua grande onestà intellettuale- che non avrebbe saputo fare altrimenti".

Com'è cambiata l'Italia con Nervi architetto?
"Credo si possa dire che mio nonno sia stato la persona giusta al momento giusto. Le capacità costruttive di Pier Luigi Nervi - rapidità, creatività, innovazione tecnologica ed economicità - e il modello gestionale rappresentato dalla sua impresa di costruzioni rispondevano perfettamente alle esigenze della società civile italiana ed europea del dopoguerra ed a mio avviso hanno apportato il loro contribuito al rilancio economico di quegli anni".

Cosa si scoprirà di Nervi in questa mostra veneziana? Qual è il suo fil rouge. Quali le "icone nerviane" che scandiscono il percorso?
"La mostra si apre con una rilettura davvero emozionante di 12 progetti nerviani fatta da Mario Carrieri, uno dei più grandi fotografi italiani. Dallo stadio Berta di Firenze all'Ambasciata d'Italia a Brasilia, passando per il Palazzo di Torino Esposizioni, l'edificio dell'Unesco, l'Aula delle Udienze, Carrieri offre una rilettura contemporanea che ci aiuta a guardare a queste architetture in maniera nuova, interrogandoci anche sul loro recupero e utilizzo attuale.
Due sono i progetti che poi vengono analizzati in maniera dettagliata, lo stadio municipale di Firenze e il Palazzo di Torino Esposizioni. Sono due progetti che segnano un tornante nel percorso creativo e nella notorietà di Pier Luigi Nervi. Lo Stadio municipale nel 1932 lo porta alla ribalta della scena architettonica internazionale, il Palazzo di Torino Esposizioni ne riafferma il successo dopo gli anni della guerra, nel 1948. A Venezia presenteremo aspetti inediti di entrambe i progetti.
I temi scelti inoltre dialogano con il tema della Biennale di quest'anno -People meet in Architecture- rendendo assolutamente attuale il lavoro di Nervi, che nell'arco della sua lunga carriera di progettista e costruttore realizza principalmente grandi strutture a servizio del vivere sociale.
Da non perdere poi l'approfondimento che presentiamo sull'intervento di Nervi nell'edificio della Cassa di Risparmio di Venezia, allestito proprio negli spazi del salone della banca in Campo Manin, che permetterà al pubblico internazionale e veneziano di meglio conoscere questa piccola perla del grande ingegnere sondriese situata nel cuore della città lagunare.

Ci sono elementi inediti (materiali, studi, progetti) che spiccano?
Riguardo lo Stadio Berta di Firenze, lavorando negli archivi, è emersa una storia (e un progetto) precedente, una storia che consente di ricollocare questo pur famosissimo progetto in un contesto di elaborazione e culturale diverso. E' un'autentica novità, sia per i disegni che saranno esposti, sia nella ricerca, non solo dell'inedito, ma anche nell'analisi del suo modo di progettare, che qui appare molto più chiaro.
Nel caso di Torino Esposizioni presenteremo invece i rapporti intercorsi tra Ettore Sottosass padre e Nervi per il progetto preesistente del Palazzo della Moda, sulle cui rovine postbelliche mio nonno erigerà Torino Esposizioni. Si tratta di materiale interessante per comprendere le relazioni tra Nervi e gli architetti italiani.
Inoltre, nella sezione multimediale che anticipa i contenuti dell'ampia rassegna in programma al MAXXI e una ricca sezione video che proporrà documentari d'epoca sull'attività di Pier Luigi Nervi, verrà presentato in anteprima un film sull'insegnamento di Pier Luigi Nervi, realizzato per l'esposizione da Folco Quilici con la direzione scientifica di Lucio Barbera.


Ricorrono i 50anni dalle Olimpiadi di Roma, scenario che sarà approfondito con la mostra al Maxxi. Visto che le Olimpiadi sono un argomento di grande attualità, ci racconta le Olimpiadi di Nervi (magari anche qualche retroscena storiografico di quei grandiosi cantieri)?
Essendo nato dopo il 1960, nel 1964 precisamente, non ho ricordi personali legati a quell'evento. Sicuramente però il periodo della costruzione degli impianti di Roma 60, come ricordato meglio recentemente da mio fratello Pierluigi in una serie di articoli, ha rappresentato, per mio nonno e la nostra famiglia, un momento formidabile per l'ingegno, la creatività, l'impegno e l'organizzazione profusi nella realizzazione di opere quali il Palazzetto dello Sport, in collaborazione con Annibale Vitellozzi, lo Stadio Flaminio, in collaborazione con il figlio Antonio, il Viadotto di Corso Francia ed il Palazzo dello Sport in collaborazione con Marcello Piacentini. La preparazione e l'esecuzione dei cantieri olimpici furono il momento in cui i figli di Pier Luigi Nervi entrarono a pieno titolo a far parte del lavoro dello studio e dell'impresa Nervi. Mio zio Antonio architetto affiancò il padre nella progettazione, mio padre Mario, ingegnere, e mio zio Vittorio, anch'egli architetto soprattutto nella gestione ed esecuzione dei cantieri.
Il risultato di tale lavoro viene ancor oggi celebrato nella storia delle Olimpiadi come uno dei più alti esempi di collaborazione, fiducia, razionalità, caparbietà tra tutti coloro, istituzioni, organizzatori, dirigenti, tecnici che hanno contribuito al raggiungimento dell'obiettivo nei tempi prefissati e, fatto ancora più importante, nei limiti di spesa imposti. Credo quindi sia giusto nel celebrare i 50 anni delle Olimpiadi di Roma ricordare Pier Luigi Nervi come uno dei protagonisti di quella "meravigliosa estate" del '60, che segnò per l'Italia l'inizio del boom economico.

E cosa pensa lei personalmente della nuova candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020. E' una città che architettonicamente può sostenere l'impresa?
"Come ogni occasione per possibili grandi interventi e investimenti nel tessuto urbano, è potenzialmente una grande opportunità per la città di Roma. E' forse il palcoscenico più bello, suggestivo ed emozionante del mondo per un evento di queste caratteristiche. Non sarà facile però confrontarsi oggi con la complessità urbanistica e architettonica di una Roma radicalmente mutata rispetto a cinquant'anni fa. Mi sembra comunque che ci siano tutte le premesse per fare bene, data la grande unità di intenti tra Comune, CONI e Governo. L'impegno da parte nostra, come famiglia Nervi, sarà di vegliare sulla corretta integrazione delle strutture realizzate da mio nonno nella predisposizione delle differenti sedi agonistiche".

A proposito del Maxxi, cosa avrebbe pensato Nervi di questo museo che ha suscitato tante letture contrastanti?
"Non credo spetti a me dire cosa avrebbe pensato Pier Luigi Nervi di tale progetto. Per mio nonno un'opera per essere considerata giusta o piuttosto 'vera', come la definisce lui in un'intervista che sarà presente in mostra, deve essere concepita ed eseguita con pieno soddisfacimento delle caratteristiche di buona funzionalità, di solidità strutturale, di buon rendimento economico, serietà e compostezza estetica. Rispettare tale caratteristiche significa costruire correttamente ed onestamente che erano credo le cose per lui più importanti in un opera di architettura.

Notizie utili - "Pier Luigi Nervi - Architettura come Sfida", dal 28 agosto al 14 novembre 2010, Palazzo Giustinian Lolin, nella sede di Permasteelisa, Venezia
Orari: da lunedì a giovedì 11-18; venerdì e sabato 11-20. Chiuso il mercoledì
Ingresso libero.
Informazioni: www.pierluiginervi.org 2
Catalogo: Silvana editoriale





(11 agosto 2010)

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - Come ti ritraggo un giardino così Edimburgo ricorda gli Impressionisti

http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/08/06/news/come_ti_ritraggo_un_giardino_cos_edimburgo_ricorda_gli_impressionisti-6114954/

La National Gallery celebra il movimento con una grande mostra a tema. In scena, cento opere da Monet a Sisley a Van Gogh. E spunta una curiosità: i botanici hanno identificato tutte le piante dipinte nei quadri
di LAURA LARCAN

Come ti ritraggo un giardino così Edimburgo ricorda gli Impressionisti

EDIMBURGO - Se la forza prorompente dell'impressionismo fu quella di sperimentare con ebbrezza sanguigna la pittura di paesaggi en plein air, "dove la luce non è più unica - come diceva Emile Zola - ma si verificano effetti multipli", allora la grande mostra alla Royal Scottish Academy Building (nel complesso delle National Galleries of Scotland) entra nel cuore del movimento e ne coglie l'essenza più genuina. "Impressionistic Gardens" (giardini impressionisti) diventa il tema azzeccato, quasi sfacciato di questa gran bella rassegna di quasi cento opere frutto della collaborazione tra l'istituzione scozzese e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, che sotto la cura di Michael Clarke e Clare Willsdon ha saputo orchestrare pezzi di qualità grazie a prestiti autorevoli da alcuni importanti musei del mondo.

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Il giardino, questo microcosmo infuso di natura selvatica o ammaestrata, privata o pubblica, verde o floreale, rivitalizzata ed energizzata dall'incostante e indomabile luce, è la chiave di lettura di un viaggio splendidamente prevedibile al centro dell'impressionismo, dove sfilano uno accanto all'altro i virtuosismi cromatici dei suoi maestri. Da Monet che costruì il suo personale giardino a Giverny in Normandia, "la sua opera d'arte più bella", il suo eden, la sua utopia bucolica dove per inseguire l'infinita mutevolezza di una realtà in balia dell'effetto luministico, portò sempre più la sua pittura alle estreme conseguenze sull'orlo di un gusto informale. A Sisley che amava immortalare con vigore cromatico l'armonia perfetta dei giardini di Louveciennes, a Pissarro e a Berthe Morisot che inseguivano con libertà e foga istantanea la bellezza gentile di piccoli e ben ordinati giardini nei villaggi intorno a Parigi, a Renoir che usava come quinta scenografico dei suoi ritratti il giardino selvatico su cui s'affacciava il suo atelier a Monmartre.

Il giardino come luogo nevralgico di una ricerca sperimentale all'aperto e dal vero era già stata un'intuizione dei pittori della prima metà dell'Ottocento, e la mostra gliene rende merito. Rintraccia così gli albori di una rivoluzione in quei pittori della Scuola di Barbizon che avevano rinnegato la costruzione classica da studio, in personaggi clou come Delacroix e Corot che avevano colto nel colore la forza costruttiva della raffigurazione. Ma la mostra non si ferma poi solo alla stagione più autentica dell'impressionismo. Facendo leva sul leit motif del giardino, insegue le anime più outsider di questo stile, i protagonisti di una elaborazione più personale e trasfigurante, come Gauguin e Van Gogh, coloro che ne hanno scritto un nuovo capitolo, come Seurat, fino alle tormentate finezze cromatiche di un giovanissimo Klimt pre-secessione. E' insomma una mostra ariosa che lascia scivolare un'epopea stilistica dove il colore diventava protagonista assoluto, fondendosi in un tutt'uno con l'emozione individuale del pittore.

E i capolavori esposti appaiono come pura superficie di colore, dove la materia cromatica guizza con frenesia e euforia, tormento e ardore a catturare il lampo di luce e la densità dell'atmosfera. Eppure, la mostra sa regalare anche un'annotazione critica inedita: "Per la prima volta abbiamo lavorato a stretto contatto con gli studiosi del Royal Botanic Garden di Edimburgo - raccontano i curatori della mostra - per un'attenta e circoscritta analisi congiunta dei dipinti. Siamo riusciti così a identificare dove possibile tutte le tipologie di piante descritte dagli artisti nei quadri della mostra. Questo risultato, come ha anche sottolineato il direttore del Giardino botanico David Mitchell, ci aiuta a dimostrare oggi l'alto livello di conoscenza specialistica in orticultura che avevano alcuni pittori impressionisti, dei veri expertise di botanica". La pennellata breve, il tratto rapido, il dinamismo emotivo dei colori che hanno fatto grandi e unici gli impressionisti, non hanno mai annullato la realtà della natura. E i loro giardini rivelano oggi questa grande verità.

Notizie utili - "Impressionist Gardens", dal 31 luglio al 17 ottobre 2010, Royal Scottish Academy Building, National Galleries of Scotland, Princes Street, Edimburgo, Scozia.
Orari: tutti i giorni, 10-17 (ad agosto fino alle 18), venerdì fino alle 19.
Ingresso: intero £10, ridotto £7.
Informazioni: www.nationalgalleries.org 2

(06 agosto 2010)

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - A Rimini il laboratorio Enizyme L'arte di domani alla ribalta

http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/08/27/news/a_rimini_il_laboratorio_enizyme_l_arte_di_domani_alla_ribalta-6544067/

A Rimini il laboratorio Enizyme
L'arte di domani alla ribalta
Al Meeting di Rimini 2010 l'Eni inaugura uno spazio innovativo e interattivo dedicato alla contemporanea. Tra performance e spettacoli sul tema dell'Energia, sfilano grafici, video maker, fotografi e musicisti di ultima generazione
di LAURA LARCAN

A Rimini il laboratorio Enizyme L'arte di domani alla ribalta

RIMINI - Al Meeting di Rimini 2010 sbarca Eni. Fatto non indifferente se si considera che la storica società italiana fondata da Enrico Mattei porta con sé, fino a domani, una scuderia di giovani artisti, tra designer, grafici, illustratori, videomaker, fotografi, copywriter, musicisti e attori, per trasformare il proprio stand nel Padiglione D5 della fiera in una "piazza della cultura" a suon di performance, spettacoli, videoinstallazioni, incontri laboratorio. Un evento non casuale ma anche per niente scontato per la casa madre del famigerato Cane a sei zampe, che ha ormai basato con convinzione e un pizzico di romantica follia i progetti di comunicazione istituzionale su una fucina (Enizyme) di giovani talenti creativi reclutati in tutto il mondo sul fil rouge della sperimentazione. E nelle giornate del Meeting di Rimini lo spazio Eni diventa un palcoscenico dedicato all'arte dinamico interattivo e coinvolgente dal giorno alla sera, tutto da scoprire e sperimentare. Per la prima volta, infatti, in collaborazione con NUfactory, c'è una vera squadra di artisti che, in ricognizione fra gli spazi fieristici, realizza in tempo reale, attraverso i propri occhi, sensibilità e stile, opere ed eventi ispirati agli argomenti emersi nel corso delle diverse giornate. Tenendo sempre fede al credo filosofico di Eni: "il futuro è di chi lo sa immaginare". Ed è da questa improvvisazione "ispirata" che si scrive il palinsesto dello stand hi-tech di Eni.

Dall'illustratrice romana Chiara Fazi, classe '84, formatasi all'Accademia di Belle Arti della capitale, dotata di uno stile narrativo elegante ed essenziale, allo scultore "antropologo" viaggiatore e assembratore Damiano Tullio, classe '79, al sofisticato e visionario video maker Daniele Spanò, classe '79, al fotografo underground Guido Cazzilli, classe '83, al video artista Giorgio Varano, classe '81, cresciuto tra corti e documentari, fino alla fiorentina Emanuela Mascherini, attrice e autrice. A loro si aggiunge il diario di bordo dell'Eni-Cafè, il caffè letterario by night che riserba un corso di scrittura creativa realizzato dalla Scuola Holden di Alessandro Baricco, a suon di incontri con diversi autori sul tema del processo di costruzione di una narrazione. A questi, in notturna, si abbinano gli assoli virtuosi dell'attore regista e autore Raffaello Fusaro che con il suo "Dante remix_reload" mescola la poesia della Divina Commedia con la forza delle immagini del nostro tempo, e le performance a colpi di sassofono del ventisettenne Sebastiano Ragusa, con l'improvvisazione funambolica di musiche prese in prestito dagli angoli di tutto il mondo, senza censure cronologiche ma giocando goliardicamente con la melodia occidentale dai primi del '900 ad oggi, attraversando la swing-era degli anni '20, la musica elettronica e di avanguardia degli anni '70, persino il pop italiano, fino alle ricerche più attuali. Per gli aspiranti grafici, due totem basati sulla tecnologia iPad offrono al visitatore la possibilità di rielaborare, secondo la propria creatività, il logo di Eni. Infine, due totem "Io e il Cane a sei zampe", sono a disposizione di chi vuole raccontare i propri ricordi legati alla società.

(27 agosto 2010)

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - A Venezia Piano a Wenders ma è una biennale al femminile

http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/08/27/news/a_venezia_piano_a_wenders_ma_una_biennale_al_femminile-6545715/

Apre la dodicesima edizione, diretta dalla giapponese premio Pritzker Kazuyo Sejima, prima donna della storica kermesse. Sul tema delle "relazioni dinamiche" sfilano 46 partecipazioni tra architetti e artisti. 53 sono i Padiglioni Nazionali, con le new entry di Malesia e Tailandia. Tra presente e futuro gioca il Padiglione Italia
di LAURA LARCAN

A Venezia Piano a Wenders ma è una biennale al femminile

VENEZIA - Il regista Wim Wenders che firma un appassionato e intimista documentario sul suo intrigante Rolex Learning Center inaugurato lo scorso marzo presso l'Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna, l'artista tailandese Fiona Tan che in un video racconta i sue progetti pionieristici per le isole del Mare Interno di Seto in Giappone, il suo "maestro" Toyo Ito (con cui ha collaborato subito dopo la laurea per sei strategici anni di illuminata formazione) che sfila tra i progettisti "storici", e un titolo/tema "People meet in Architecture", alla guida di tutta la dodicesima edizione della Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, al via dal 29 agosto al 21 novembre, che lascia trasparire con veemenza la sua personale concezione di architettura contemporanea: quella di spazi come tessuti connettivi o teatri di osmosi, capaci di incoraggiare con naturalezza le relazioni tra interno ed esterno ma soprattutto la comunicazione dinamica e fluida tra gli individui.

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First Lady Kazuyo Sejima. E' forse la prima volta che una Biennale di Architettura appare così profondamente permeata della personalità del suo direttore artistico, in questo caso la prima donna della storia della kermesse, la signora giapponese cinquantaquattrenne Kazuyo Sejima, vincitrice quest'anno col suo socio Ryue Nishizawa (con cui ha fondato lo studio Sanaa) del prestigioso Pritzker Architecture Prize. Ma non è un male, questo pizzico di autoreferenzialità quando l'idea portante è quella di "superare le condizioni di isolamento - per dirla con lei - in un'epoca in cui le tecnologie più avanzate sostituiscono il dialogo diretto tra le persone, restituendo un nuovo senso alle comunità".

La Mostra. Ed è su questa idea di "relazione", a tratti utopistica e romantica, ma anche avventuriera e intrepida, che su sua precisa indicazione ciascuno dei quarantasei partecipanti, tra studi, architetti, ingegneri ma anche veri e propri artisti da tutto il mondo che compongono il percorso espositivo tra il neonato Palazzo delle Esposizioni ai Giardini e l'Arsenale, riserba una sua personale e inedita interpretazione, elaborando "scenari autonomi di interazione tra ambiente e società". Sei sono gli italiani voluti da Sejima con scelte non così scontate. Da Renzo Piano a Aldo Cibic (Cibic & Partners) che porta una nuova versione del progetto "Microrealities" (microrealtà come speciali forme di società basata sulle interazioni delle persone con il loro ambiente). Da Andrea Branzi, all'artista Luisa Lambri, dal fotografo Walter Niedermayr che elabora tre diverse visioni di uno spazio pubblico di Teheran, all'omaggio all'architetta Lina Bo Bardi (1914 - 1992) che ha lavorato principalmente in Brasile a San Paolo incentrando i suoi progetti proprio sul concetto di relazione. Come avverte Kazuyo Sejima "comincia ogni suo progetto disegnando l'ambiente e le persone che lo abitano. Ciò che più la colpisce è il modo in cui i brasiliani occupano lo spazio con i loro corpi. Crea ambienti sorprendenti partendo da questi presupposti".

Archistar e outsider. Tra le archi-star, spicca, come già annunciato, il giapponese Toyo Ito & Associates, che con le sue pareti a "groviera" immagina un modo di ridefinire la divisione dentro-fuori, e l'olandese "volante" Rem Koolhaas col suo Oma (Office for Metropolitan Architecture) cui verrà consegnato il Leone d'Oro alla carriera (mentre quello alla memoria spetterà al giapponese Kazuo Shinohara, scomparso nel 2006) per quel suo talento speciale di creare "edifici che stimolano l'interazione tra le persone, raggiungendo in questo modo ambiziosi obiettivi per l'architettura, ispirando per questo persone dei più svariati campi disciplinari che traggono grande libertà dal suo lavoro". Oltre al ricordo di Cedric Price (1934-2003). Tra le presenze più borderline, spiccano gli artisti Janet Cardiff, Do Ho Suh, Olafur Eliasson, Marcela Correa che con Smiljan Radic, influenzati dalla recente esperienza del terremoto in Cile, presenta in mostra un'enorme pietra in cui viene ricavata una cavità che accoglie un solo spettatore alla volta. "Uno spazio che invita alla riflessione e alla meditazione", sottolinea Sejima. Ancora artisti clou, come il tedesco Thomas Demand e Cerith Wyn Evans. E non manca un ingegnere come Matthias Schuler di Transsolar, che in collaborazione con Tetsuo Kondo, propone una nuvola di dimensioni reali "Per la sua natura indefinita ed effimera, l'installazione stimola una nuova interpretazione dello spazio da parte dello spettatore", dice Sejima. E il critico performer Hans Ulrich Obrist che si diverte a progettare scenari di relazione attraverso la parola e il volto, intervistando tutti i partecipanti invitati da Sejima e realizzando un'istallazione all'Arsenale con tutte le interviste collezionate.

Padiglioni Nazionali. Questo viaggio nelle osmosi metropolitane viene poi affiancato, secondo tradizione, dalle cinquantatre partecipazioni dei Padiglioni nazionali ai Giardini, che sconfinano con le loro presenze anche tra l'Arsenale e il centro storico di Venezia. Le new entry vedono sfilare Albania, Bahrain, Iran, Ruanda, Tailandia e Malesia, alle Artiglierie dell'Arsenale, con la mostra "Re/mixed", dedicata a trentasette progetti selezionati tra i più interessanti studi malesi in fase di realizzazione, completati, oppure idee che sono state selezionate per diversi concorsi internazionali, tutti giocati sulla relazione tra Architettura e natura. Curiosando , chi vuole scoprire quale sarà il futuro skyline di Copenhagen , può gustarsi il padiglione della Danimarca che sfodera una schiera di archi-star per il progetto Urban Questions, da Zaha Hadid a Rem Koolhaas, a Daniel Libeskin. E la Francia lascia sfilare le prospettive architettoniche della Grande Parigi, accanto a Lione, Bordeaux e Marsiglia col progetto "Metropolis". E se la Gran Bretagna gioca con "Villa Frankenstein", Singapore propone affascinanti modelli di città compatte.

Padiglione Italia. Da non perdere assolutamente, il Padiglione Italia all'Arsenale con la grande mostra "Ailati. Riflessi dal futuro" curata da Luca Molinari che tenta con piglio temerario un'indagine tra passato recente e imminente futuro dell'architettura contemporanea italiana. Quasi un processo diplomatico al bene e al male di una creatività del costruire made in Italy. Tra crisi di coscienza e fermenti pulsanti. Il percorso è complesso, a tratti farraginoso nella lettura, ma ambizioso quanto basta per fare centro. Dal bilancio degli ultimi vent'anni di architetture italiane, all'attualità di un presente tutto da scandagliare (attraverso opere costruite in questi ultimi anni suddivise in 10 aree tematiche emergenti tra progetti solidali, abitare sotto i 1000 euro al mq, cosa fare dei beni sequestrati alle mafie, emergenza paesaggio, spazi per comunità, nuovi spazi pubblici, ripensare città, archetipo/prototipo, work in progress, innesti). Per chiudere con il futuro più urgente, mappato con una sezione più meditativa e pretenziosa, che in collaborazione con la rivista Wired chiama a raccolta quattordici tra scienziati, pensatori, film-maker "produttori" di futuro ad indicare le priorità .

Notizie utili - "La Biennale di Venezia. 12. Mostra Internazionale di Architettura. People meet in architecture", dal 29 agosto al 21 novembre 2010, Venezia (Giardini e Arsenale).
Orario: 10.00 - 18.00 (Giardini chiuso il lunedì escluso lunedì 30 agosto e lunedì 15 novembre 2010), Arsenale chiuso il martedì (escluso martedì 31 agosto e martedì 16 novembre 2010).
Ingresso: biglietterie Arsenale, Giardini e Ponte dei Pensieri, intero € 20, ridotto € 16
Informazioni: www.labiennale.org 2, tel. 041 5218828
Catalogo: Marsilio

(27 agosto 2010)

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - * Sei in: * Repubblica / * Speciali / * Arte / * Recensioni / * Arte Povera, immersione nella natura A … * + * - * Commenta * Stampa * Mail * Condividi * Delicious * Facebook * OKNOtizie * Google Buzz * Twitter IDEE Arte Povera, immersione nella natura A Vassivière c'è Marisa Merz

http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/08/20/news/merz_a_vassivire-6395805/

Nel parco regionale di Millevaches, Francia, una grande mostra personale dell'artista torinese. Tra opere inedite e lavori nuovi, l'artista racconta la bellezza naturale di questa porzione di Francia
di LAURA LARCAN

Arte Povera, immersione nella natura A Vassivière c'è Marisa Merz

VASSIVIERE - Marisa Merz, torinese, classe '31, figura di spicco dell'Arte Povera, moglie del grande Mario (senza rimanerne mai oscurata, con alle spalle celebrazioni da Documenta di Kassel al Centre Pompidou di Parigi, alla Tate Modern di Londra, fino al premio speciale della Biennale di Venezia nel 2001) è una di quelle artiste somme, originali e suggestive che sa esplorare con grazia leggera e sopraffina l'intimo legame tra l'arte e la vita. Lo fa con le sue creature fragili ed introspettive, sculture di argilla e cera, materiali molli, esili superfici di metallo e fili tessuti di rame, ma anche grandi tele che tratteggiano in un limbo evanescente esangui volti femminili che parlano in un silenzio assordante. Un'energia estetica d'una femminilità vibrante che trova oggi la sua ideale collocazione nelle sale del Centre international d'art et du paysage de l'île de Vassivière che nella sua struttura perfettamente bilanciata con l'ambiente, una vera e propria isola, dialoga in armonia con il lago di Vassivière, uno dei più grandi bacini artificiali della Francia, incastonato a nord del parco regionale di Millevaches, da cui si gode un panorama mozzafiato di gioielli naturalistici.

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E' qui che fino al 26 settembre può essere ammirata la mostra personale di Marisa Merz a cura di Chiara Parisi che inanella eccezionalmente lavori inediti e nuove produzioni realizzate appositamente per gli spazi espositivi francesi, profondamente ispirati alla dimensione femminile, dove i reperti di un vivere quotidiano sono trasfigurati in apparizioni evocatrici di spazi intimi. Come dice la curatrice, "Marisa Merz è l'immagine di una potente e grande femminilità, di un'energia primordiale. La fragilità che in un primo momento sembrerebbe dominare tutta la sua opera, altro non è che l'apparenza da cui emerge progressivamente la forza e la grande trasgressione della sua opera".

Il percorso all'interno del Centre international d'art et du paysage diventa un paradigma di questo forza, tanto che si può dire che tutta l'isola sia la mostra. L'idea dell'artista è quello di instaurare affinità elettive tra il suo universo visionario e le energie naturali che caratterizzano l'isola di Vassivière. Un'intima fusione di natura e vita che parte dal nucleo cilindrico postmoderno di Aldo Rossi, vertice ascensionale dell'intero centro museale. Qui i fili d'erba d'un prato verde dialogano con le filiformi figure azzurre che animano un grande quadro realizzato su carta giapponese e illuminato da una cornice con trame di rame, in un contrappunto musicale perfetto con l'ovale azzurro, in cera.

Il percorso, poi, diventa un incunearsi negli spazi intimi del centro attraverso il gioco meticoloso delle opere allestite. Ecco i volti schizzati al centro delle tele come "un vuoto, un'emozione", per dirla con l'artista, grovigli di linee ondulate e sottili, eterei volti femminili appaiono lentamente con un'infinita delicatezza, segni evanescenti che all'improvviso prendono corpo in testine d'argilla posate ai piedi della tela. "L'artista - sottolinea la curatrice -concepisce la sua arte 'tutto come la vita', vede il mondo come soggetto a un continuo cambiamento, un passaggio di stato chimico e alchemico, una progressiva evoluzione, che è sottintesa a tutte le forme che portano dentro la loro struttura, la possibilità di diventare un'altra forma".

"Nel mio immaginario - rivela Marisa Merz - quello che scopro, non lo chiamo conoscenza, per me, è la felicità. Appena diventa conoscenza, la felicità è perduta. D'accordo, non riesco sempre a fare in modo che non diventi conoscenza, ma qualche volta ottengo quest'istante di felicità. E' la felicità legata al contatto con me stessa e al contatto con il mondo, e al rapporto tra i due. La trasformazione in conoscenza è quasi simultanea, inevitabile. Non so se la conoscenza contiene del dolore. Credo che sia la ripetizione, una cosa che conosci già. A differenza della felicità che è una sorpresa, uno stupore, quell'instante preciso, ecco. Ma io ho uno spirito bizzarro". Una curiosità, le audio-guide sono in formato Ipod e contengono riflessioni, perplessità e storie sul lavoro dell'artista da parte di studiosi e personalità del mondo dell'arte, da Danilo Eccher a Dieter Schwarz.

E per chi vuole scoprire nel dettaglio questo singolare museo, all'estremità dell'edificio di Aldo Rossi, quella che è la sua caffetteria, che si affaccia sul lago di Vassivière, spicca il padiglione del tè creato appositamente per lo spazio dall'architetto Kengo Kuma. E' il Fu-an, visibile fino al 5 settembre, "uno spazio per la cerimonia del tè che fluttua nell'aria", lo definisce lo stesso artista: "E' concentrandosi sull'essenziale e sul forte senso di poesia, che possiamo creare, all'interno di zone incompiute, uno spazio di vita raffinato che generi delle nuove e importanti idee'. Kengo Kuma reinterpreta la caffetteria di Aldo Rossi trasformandola in una struttura luminosa, leggera, che invita alla contemplazione e al raccoglimento, in cui vivere un'esperienza estetica e gustativa come si ritrova nelle case tradizionali giapponesi, nello spazio consacrato alla cerimonia del tè.

Notizie utili - "Marisa Merz", fino al 26 settembre 2010, Centre international d'art et du paysage, Ile de Vassivière, Francia. Orari: aperto tutti i giorni dalle ore 11 alle ore 19. Ingresso: intero €3 euro, ridotto €1,5 euro. Informazioni: .: +33 (0)5 55 69 27 27, www.ciapiledevassiviere.com 2

(20 agosto 2010)

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - Così in onore del mito Cousteau il museo diventa un fondale marino

http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/08/20/news/cos_in_onore_del_mito_cousteau_il_museo_diventa_un_fondale_marino-6396197/

A Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa, una mostra rievoca l'esperimento dello studioso francese, che provò a vivere sotto il mare. Hilario Isola e Matteo Norzi riflettono sulla mitica avventura tra installazioni subacquee e acquari sculture
di LAURA LARCAN

Così in onore del mito Cousteau il museo diventa un fondale marino

VENEZIA - Una casa in fondo al mare, con affaccio sul mondo di Poseidone e le sirene come condomini. Con Jacques Cousteau il mito fu quasi a portata di mano. All'inizio degli anni Sessanta il grande oceanografo francese tentò l'incredibile esperimento di vivere sotto il mare. Scelse il pianoro sud di Sh'ab Rumi, al largo del Sudan, per impiantare le strutture di un viallaggio sui fondali marini, tra nuvole di pesci di ogni tipo e colore, compresi squali e barracuda. Una squadra di subacquei visse per quasi quaranta giorni nella profondità, portando a termine l'operazione di vita sommersa "Precontinente due". A poco meno di cinquant'anni a rievocare l'impresa ci pensano due artisti italiani, Hilario Isola e Matteo Norzi, con una bella mostra "A Ballad of the Flooded Museum", dal 26 agosto al 10 ottobre al Palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua La Masa, evento realizzato col supporto di Contemporary Art Project che si apre in concomitanza con la dodicesima Biennale di Architettura.

LE IMMAGINI 1

E non a caso, perché la rassegna, curata da Paola Nicolin, è sì consigliabile per gli appassionati di mare e di mondi sommersi, per gli intrepidi dei fondali marini e per i sognatori di avventure subacquee, ma punta soprattutto, con quel gusto trasfigurante e lirico tipico dell'arte contemporanea, a riflettere sul concetto di profondità e di abisso, in termini fisici ma soprattutto emotivi. E l'acqua, quell'acqua magica e spietata di Jacques Cousteau, ne diventa il teatro straordinario della riflessione, con la sua dimensione spaziale effimera e imprevedibile, dove tutto è giocato tra realtà e una percezione distorta della realtà. Quasi una metafora, come avverte la curatrice Paola Nicolin, della natura dell'opera d'arte stessa messa in scena in un museo, in bilico, se non sul baratro, tra realtà e finzione.

Entrambi torinesi, classe '76, newyorchesi d'adozione, Isola e Norzi, in collaborazione dal 2003, incentrano la loro ricerca concettuale, eposta in tutto il mondo, su espedienti di museologia e architettura, inondati, per rimanere in tema, di legami profondi con la storia dell'arte. E la loro mostra veneziana diventa un "tuffo" singolare e per nulla banale, meditativo ma mai scontato, nell'universo dell'acqua salata. Appropriatisi dell'esperienza di Jacques Cousteau, il cui insediamento abitativo è ancora visitabile attraverso le immersioni subacquee nel Mar Rosso sudanese, i due ripropongono, accanto alla raccolta di materiali e documenti legati alla storia dell'impresa del pioniere dei mari, una loro rivisitazione atraverso installazioni, sculture, fotografie, video e disegni, con strategici salti di scala che colpiscono lo spettatore alterando la percezione dello spazio espositivo.

Se l'acqua è quell'elemento "contraddittorio" che dà vita e distrugge, sommerge e protegge, altera l'essenza delle cose, ecco che le opere di Isola e Norzi ragionano su questa natura borderline. Accade con le installazioni subacquee, sculture- acquario, creature a metà tra plexiglass e spugne marine, vetri con insediamenti naturali di alghe marine, quadri che evocano abissi. Una porzione di mare sembra rivivere in queste sale, quasi a voler ri-attivare lo spirito utopistico temerario e affascinante di un grande uomo di mare.

Notizie utili - "A Ballad of the Flooded Museum. Isola e Norzi", dal 26 agosto al 10 ottobre 2010, Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito, Dorsoduro 2826, Venezia.
Orari: mercoledì'-domenica 10,30-17,30, chiuso lunedì' e martedì'.
Ingresso: intero €5, ridotto €3.
Informazioni: 041-5207797, www.bevilacqualamasa.it 2

(20 agosto 2010)

Giancarlo Rossi - (salv)agente di cambio - Pixelpipe Testing...

Testing new Pixelpipe services for WebRing600 Platform...

martedì 1 giugno 2010

UPDATE 06/01/2010 (p.m.)


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lunedì 31 maggio 2010

UPDATE 06/01/2010 (a.m.)


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mercoledì 26 maggio 2010

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UPDATE 05/26/2010 (p.m.)


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martedì 18 maggio 2010

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giovedì 29 aprile 2010

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mercoledì 28 aprile 2010

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martedì 27 aprile 2010

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